Nel percorrere il versante valtellinese non è raro scorgere nei prati le basi di una costruzione in pietra. Sembrerebbe una baita in rovina, senza più il tetto, ma in realtà è fatta apposta così. Si tratta di un ‘calèc’, un ricovero delle valli del Bitto, sul quale, durante il soggiorno all’alpe, i mandriani sistemano un telaio di legno ricoperto da un tendone. In estate, nel calèc, alle prime ore del mattino, quando il latte è stato appena munto, si lavorano il bitto, prelibato formaggio d’alpe, la ricotta d’alpe, conosciuta anche come ‘mascherpa’, e il ‘fiurin’, crema ottenuta con il siero rimasto. Altre costruzioni sparse sono i baitelli per la conservazione del latte (‘bàit del lat’). Se ne vedono un paio, scendendo lungo la Priula. Sono minuscole casette a due spioventi, con tetto in scisto, in parte interrate e attraversate da un rivolo d’acqua che garantisce frescura e costante grado di umidità.